In un’Italia in bianco e nero, un rombo improvviso squarcia le quiete domenicali: è Giulio Riccardi, in arte “Testina”, il più geniale e temerario moto-acrobata della sua epoca. La sua vita è in perfetto equilibrio tra le sue grandi passioni: la moto, il teatro e la voglia di libertà. Un uomo mosso da una creatività ostinata e dal coraggio di vivere senza spegnere mai il motore dei sogni.

Torino, anni Trenta. Domenica mattina. Lungo un viale le persone passeggiano, qualcuno spinge la bicicletta, qualche signora in abito elegante chiacchiera con un ombrello bianco in mano, mentre alcuni bambini con scarpe rattoppate rincorrono una palla di stracci. Poi, all’improvviso, un rombo. Tutti si girano. Lo spettacolo inizia.

Entra in scena un uomo con la sua moto dal serbatoio luccicante, con la scritta Sertum incorniciata dalla corona sabauda. Lui, magro come un chiodo, muove la sua moto come se stesse danzando. Volteggia, salta, si inchina, e piega oltre il limite. Lo fa senza casco né protezioni, in un’esibizione di pura fiducia e affiatamento con la sua moto. Una simbiosi totale, resa ancora più spericolata dalla velocità sostenuta. Il pubblico resta a bocca spalancata, accorre ai bordi della strada. L’Italia, per un istante, si ferma davanti al miglior acrobata motociclista della sua epoca: Giulio Riccardi.

Lo chiamano tutti “Testina”, per via della sua corporatura minuta: cinquanta chili scarsi, viso lungo, occhi verde scuro. Sulla moto sembra un ragazzo che gioca, più che un uomo che sfida l’aerodinamica.

La sua storia inizia nel centro di Torino, non patinata come oggi, ma tra case popolari e il Cottolengo. La vita non è stata gentile: il padre, tassista e appassionato ciclista, muore quando Giulio ha solo otto anni. Il bambino diventa uomo troppo in fretta, costretto a lavorare. Ma da sua madre, modista con le dita magiche che crea cappelli, eredita un dono prezioso: la creatività.

Tutto nasce da una fotografia. Un acrobata americano immortalato in una posa impossibile. Quello scatto diventa un’ossessione. Ogni sera, finito il lavoro e le scuole serali, va al Lingotto. Le strade ampie e vuote sono il suo laboratorio. Prova, sbaglia, riprova. La sua testardaggine diventa la sua unica armatura. Con il tempo inventa numeri mai visti: viaggia in piedi sulla moto con le mani in tasca, si sdraia perpendicolare sulla sella, salta da una pedana all’altra a piedi pari. Addirittura si aggrappa al portapacchi posteriore, appeso dietro la targa. Intanto la Sertum corre, incurante o complice fedele del centauro. Il suo numero più celebre? Il “compasso umano”, dove corpo e moto si fondono in un unico, perfetto, disegno geometrico. Uomo e macchina. Un solo respiro.

A raccontare le sue prodezze, c’è da non crederci. Non a caso, le sue foto diventano un’importantissima testimonianza storica del motociclismo acrobatico italiano.

Giulio non è solo questo, è anche un pilota. Vince diverse gare, tra cui l’impegnativa Torino-Nizza, un percorso di 392 chilometri con tre passi sopra i 2000 metri.

Le sue imprese sono riportate dalle più importanti riviste dell’epoca: Domenica del Corriere, Motociclismo, La Stampa, La Gazzetta del Popolo, Il Centauro, La Moto…
In alcune foto, lo si vede con il braccio alzato nel saluto romano. Non per convinzione. Ma per pragmatismo: quel gesto, vuoto, gli garantiva la benzina introvabile per la sua Sertum. Un piccolo compromesso per un grande sogno.

La sua partner è lei: una Sertum 250 VL, serbatoio con un tocco di rosso, livrea nera elegante, cromature da urlo. Appena lanciata sul mercato, Giulio non esita: la compra dai fratelli Risico, concessionari torinesi. Da quel giorno diventa un testimonial ineguagliabile, più efficace di qualsiasi influencer da 100 milioni di follower. Anche perché con la sua moto mette in mostra davvero la sua stravaganza. Una volta porta in giro un coccodrillo imbalsamato, seduto sul sellino come un passeggero. Un’altra volta, va a Sestriere con gli sci attaccati al telaio.


Altre volte si ingegna con l’inseparabile amico Gino. Alla Rosa d’Inverno vogliono fare qualcosa di speciale. È il raduno più famoso del nord Italia, si svolge a Milano i primi dell’anno: fa un freddo glaciale. Ecco l’idea: vanno con una moto, con carrozzino e una stufa a legna naturalmente funzionante. Follie meccaniche che oggi sarebbero da collezione.

Un’altra volta invece hanno un’altra illuminazione: Gino si veste elegantissimo e guida la motocicletta, mentre sul sidecar c’è lui, il Negus Hailé Selassié. Quante volte ho visto quella foto? Per quanti anni ho creduto davvero che fosse l’imperatore etiope!

Con Gino ne combinano di cotte e di crude. I due, diversissimi, sono soprannominati “Stanlio e Olio”. Una sera, per fare i ganzi, passano in moto sotto i portici di via Roma a Torino. I vigili non gradiscono: una notte in cella e una nuova storia da raccontare.

Gli anni dell’autarchia non sono facili: carburante scarso, restrizioni pesanti. Giulio però non si ferma: a un certo punto adatta la Sertum al gasogeno. Dove altri rinunciano, lui trova subito le soluzioni.

E mentre la moto è la sua passione, fare l’elettricista è il suo mestiere. Ovviamente non in versione “classica”. Infatti segue le compagnie teatrali. Navi da crociera, viaggi all’estero, teatri di mezza Europa, Russia, Marocco… Solo sui 50 anni si lega al Teatro Stabile e al Teatro Nuovo. Lavora con i giganti del teatro: Glauco Mauri, Pier Paolo Pasolini, Tino Buazzelli, Gipo Farassino. Quando va in pensione fonda lui stesso una compagnia insieme a Richi Ferrero: “Granserraglio”.
E non sta solo dietro le quinte, sale anche in scena. Nel 1939, per Macario in “Non me lo dire”, è controfigura alla guida di una Sertum “6 Giorni” fiammante. Nella scena sfreccia tra i campi, entra ed esce da un pollaio. In un’Italia sospesa tra propaganda e commedia, Riccardi rimane fedele a sé stesso: metà tecnico, metà artista, sempre acrobata. È stato anche comparsa nel film “L’aquila della notte” con Elena Sofia Ricci ed è apparso in diversi spot pubblicitari.

Ora capisco tutto: Giulio considera le strade il suo teatro, la moto è il suo palcoscenico e il suo corpo è una coreografia continua. È un buskers unico nella storia. Ma anche regista, attore: fa della sua rappresentazione un’opera d’arte.

Chi cede al suo fascino unito alla moto è Caterina. Lei lavora nella fabbrica di bambole Lenci e lui la incontra perché di passaggio per lavoro. Si sposano in un’età considerata già tarda per l’epoca. Vanno in vacanza in Liguria, in tenda e in moto ovviamente. Hanno una figlia, Maria Elisa, quando lui ha 48 anni. Appena è diventata grandicella le prende una Gilera 125, ma quando cerca di insegnarle a guidare le dice continuamente quando cambiare, scalare, uno stress continuo che la fa desistere. Il genio stuntman non ammette mezze misure.

E il suo spirito acrobatico non lo abbandona mai. Ogni domenica c’è un raduno e non se ne perde uno. Anche a novant’anni non smette di salire sul suo palco di cromo e acciaio, stavolta su una Guzzi 250 fuori serie del 1939, presa da un rottamato e rimessa a nuovo.
Si veste in stile anni 30 e spicca in mezzo alla folla di motociclisti. Va in giro staccando le mani dal manubrio come ai vecchi tempi. Io, se devo salutare un collega sulla strada con la mia Sertum, al massimo alzo quattro dita senza mollare la manopola.

A chi gli ha chiesto il segreto della sua longevità, risponde con una perla di saggezza: “la moto logora chi non ce l’ha”. In un’epoca ossessionata dalla giovinezza sterile e senza sforzo, la sua è una verità profonda: la vera giovinezza è un modo di essere, una passione che ti spinge ad agire, a non fermarti, a non smettere mai di scoprire e di osare.

All’ultimo raduno se ne va dando la benedizione a tutti i presenti. E si racconta che, quando il parroco lo va a visitare, Giulio gli confessa: “Io non ho nessuna voglia di morire. Ho ancora un sacco di cose da fare.” E chi può dargli torto?

Giulio Riccardi non è stato solo un uomo, ma un’opera d’arte vivente. La sua vita ci ricorda che la vera libertà non è l’assenza di rischi, ma il coraggio di trasformarli in passi di danza. In un mondo che ha smesso di sognare, il suo esempio è un monito a non aver paura di provarci, di sporcarci le mani, di trovare il nostro “palcoscenico dinamico” e a ballare, liberi da ogni convenzione. Fino all’ultimo rombo.