La velocità è sopravvalutata

La velocità è un inganno. Un’ipnosi collettiva che chiamiamo progresso, ma in realtà ci sottrae alla vita. Non ho imparato questa verità sui libri, ma in sella alla mia Sertum Mina che, appena rianimata dopo decenni di torpore in garage, mi ha accolta come se fossimo state complici da sempre. Non saprei dire se è amore o riconoscimento ancestrale, ma la prima volta che l’ho guidata, con la neve a terra e il minimo ancora ballerino, senza casco e senza urgenza, ho sentito il cuore esplodere come se stessi viaggiando a 300 all’ora. Ma non era la velocità a darmi la vertigine. Era l’opposto. Era l’assenza di spinta, di scopo, di dovere. Era il privilegio di scoprire sul momento cosa stava accadendo. È lì che ho capito la verità più sovversiva: non sono le cose lente a essere in ritardo, è il mondo a essere impaziente.

Viviamo in una società viziata dalla velocità. Ordinare un oggetto alle 22.00 e riceverlo alle 9.00 è diventato il metro dell’efficienza. Se un messaggio resta senza doppia spunta blu per più di dieci minuti, sospettiamo il crollo affettivo. ChatGPT risponde in 0,3 secondi a ogni domanda, e così smettiamo di farcene. Questa “società liquida” sta diventando vaporosa. Anche le emozioni sono usa e getta. L’attesa non è più un tempo da abitare, ma un difetto di sistema. Nessuno vede che è tempo libero, tempo vuoto, quindi prezioso. Nessuno ha il coraggio di fermarsi: si rallenta solo per esaurimento.
Così ho iniziato a rallentare per scelta. E ho imparato a farlo con Mina. Non accelero: medito. Ogni uscita con Mina è una seduta di mindfulness a 1 euro e 70 al litro. Non brucia l’asfalto, ma illumina il dettaglio. Mi insegna quel gesto dimenticato che è guardare: un torrente che scorre sotto un ponticello, gli animali che si muovono liberi dentro il cortile di un’aia, una persona che si prende cura del suo giardino. Ma soprattutto: pensare. Senza urgenza, senza notifica, senza risposta pronta. Mentre il mondo celebra chi arriva per primo, io celebro chi cerca la propria strada. Senza mappe, senza obiettivi.

Ogni tanto qualcuno mi dice “beh, ora ti devi prendere una 500” oppure “adesso ti serve anche una moto moderna”. Sorrido con lo stesso sguardo di chi si sente proporre uno spritz al Campari (con tutto il rispetto!) e sta bevendo un Barolo del ’78. Il problema è che abbiamo confuso la potenza con il valore, l’efficienza con la presenza, il movimento con il significato. Mina ha i suoi tempi. Il carburatore tossisce, il freno è morbido e la frizione può essere capricciosa. Ma non è una macchina da domare. È una compagna da ascoltare. Richiede un rapporto alla pari, come si dovrebbe avere con chi si ama: fatto di responsabilità reciproca, non di dominio.
Ai raduni arrivo ultima, quando gli altri sono già seduti a tavola. “Problemi?”, mi chiedono. “No, il giro è stato bellissimo”, rispondo. E loro non capiscono. Non possono. Perché rispettare i miei tempi è la mia forma di puntualità. Io arrivo nel tempo giusto per me, che non può coincidere con quello degli altri. A volte mi nascondo dietro una scusa: “la mia moto ha prestazioni limitate”. Ma è un bluff. Squarini, nel 1939, con una Sertum ancora più vecchia della mia, ha percorso la Milano-Taranto in 12 ore a una media di 82 km/h. Io da Parma a Bari ho impiegato 7 giorni, fate voi i conti. E non ho nessuna intenzione di migliorare.

Quindi, se la moto d’epoca di per sé non è proprio un’icona della velocità, figuriamoci se in sella c’è una come me, che ha il ritardo A+ che le scorre nelle vene. E non mi vergogno di ammetterlo. Perché per rallentare e avere il privilegio di pensare, oggi, sembra ci serva una scusa. Dal prenotare un weekend detox a un dottore che ti ordina di ‘staccare’. Io ho scelto una Sertum 250 VL del 1950. Che non corre, non sta davanti, non si impone. Con me. Ma mi invita ad assaporare la vita. E, soprattutto, a ricordare che non tutto ciò che arriva tardi è sbagliato. Come diceva Nietzsche, “tutte le cose veramente grandi si formano lentamente”. Forse anche noi.







Roberto
Ciao Benedetta, condivido tutto quello che hai scritto e la tua passione, “follia” per Mina. Anche io, dopo anni in cui mi sono totalmente disinteressato al mondo delle moto, ho trovato la mia…..Mina. E’ vero, anche io penso che gli oggetti siano portatori di storie e che siano una sorta di macchina del tempo che permette, a chi è disposto a smettere di correre, di vivere e di rivivere il tempo. La mia Mina si chiama Luna ed è una Motobi, 50 cc, del 1968……diciamo che per età poterbbe essere la figlia di Mina. E’ stata ferma per tanto tempo in un capannone e credo che abbia tutto il diritto di tornare in strada. Sto cercando di metterla nelle condizioni di tornare a marciare anche dal punto di vista burocratico (nel 1968 non serviva la targa mentre ora è necessaria anche per i cinquantini). Dimenticavo, anche io sono di Milano.
Complimenti ancora per la bella idea che ti ha portato a realizzare questo sito.
Un caro saluto
Roberto
Benedetta Marazzi
Ciao Roberto,
scusami per il ritardo nella risposta, ho visto il tuo messaggio solo ora.
Che bello leggere le tue parole, soprattutto riconoscere quella “stessa malattia”.
Luna è un nome perfetto. E una Motobi 50 cc del 1968 è un mezzo davvero interessante.
Certe moto, se sono state ferme a lungo, non vedono l’ora di raccontare tutto quello che si sono tenute dentro.
Fai benissimo a volerla rimettere in strada, anche con tutta la trafila burocratica, ma vedrai che ne vale la pena: il primo giro con Luna sarà una specie di restituzione al mondo.
Se ti va, tienimi aggiornata.
Buon tutto 🙂