Mi sono sempre chiesta come racconterebbe Alessandro Barbero l’arrivo delle motociclette nella società italiana di inizio Novecento. Non potendolo chiedere direttamente a lui, ho fatto la cosa più naturale del XXI secolo: ho interrogato ChatGPT.
Il risultato mi ha sorpresa: leggendo, mi sembrava quasi di sentirne la voce, con quelle pause da affabulatore e quell’ironia che spunta quando meno te l’aspetti. Così non mi sono fermata al primo tentativo: volevo più dettagli, più storia, più aneddoti. Mi sono appassionata, e qualcosa ci ho messo anch’io… ma giuro che la scelta dei marchi non è farina del mio sacco.

Le moto all’alba del Novecento italiano

“Signore e Signori,
se parliamo dell’Italia a inizio Novecento, la prima immagine che ci viene in mente è quella di un Paese giovane, povero e diviso. L’Unità era stata fatta da appena cinquant’anni: insomma, un adolescente, con tutti i problemi dell’adolescenza… e con genitori litigiosi. Da un lato il Nord industriale, che cresceva a vista d’occhio, dall’altro il Sud agricolo, che invece restava indietro. In questo scenario, immaginate lo stupore davanti a una novità che sembrava uscita da un romanzo di Verne: una bicicletta… con un motore attaccato!

Non era un’automobile, che era un lusso per pochi, né una bicicletta, che già si diffondeva tra le classi popolari. Era qualcosa di strano, rumoroso, e da spericolati, e che faceva correre come il vento: la motocicletta. All’inizio si trattava, letteralmente, di biciclette con un motore attaccato: macchine rudimentali, che si rompevano spesso. Però, attenzione: erano veloci… o abbastanza veloci, in una società abituata a muoversi a piedi o al massimo a cavallo, da risultare un’esperienza vertiginosa. Improvvisamente le distanze cambiavano. Un contadino poteva raggiungere il mercato di una città più grande, un operaio poteva cercare lavoro in fabbriche lontane, un giovane poteva fare una “fuga romantica” in un paese diverso dal proprio. In fondo, per molti, il salto fu diretto dal ciuco col barroccio al motore a scoppio. Non era un passaggio proprio naturale: tanto che nei primi manuali d’uso delle moto si leggeva come punto 1: “aprire il serbatoio e controllare se c’è benzina”. Era un gesto non scontato: col cavallo non c’era bisogno di fare rifornimento.

In altre parole: la moto è stata, fin dall’inizio, una macchina democratica. Non come l’auto, che rimase a lungo simbolo delle élite. La moto era più abbordabile, più semplice, più accessibile. Certo, bisognava avere un po’ di soldi: ma con caparbietà si poteva mettere da parte qualche risparmio e ci si poteva permettere una due ruote. Le case motociclistiche capirono subito che la moto doveva essere per tutti. Crearono gamme complete: piccole cilindrate da 175 o 250 per l’operaio o l’impiegato, e modelli più grandi, fino a 500 cc, per persone benestanti. Furono proprio le “piccole moto” a cambiare la storia quotidiana dell’Italia, anche se oggi, ai raduni, sembrano quasi dimenticate a favore delle più ruggenti 500.

E naturalmente, come sempre in Italia, la moto divenne subito un simbolo sociale. Per i giovani, era libertà: libertà dai genitori, dalle convenzioni, dai confini del paese natale. Già negli anni ’20, le prime bande di ragazzi in moto cominciarono a essere guardate con sospetto dagli adulti: “corrono, fanno rumore, disturbano”. Insomma, niente di nuovo sotto il sole: ricordiamoci che già le biciclette, a fine Ottocento, creavano scandalo. I cittadini si lamentavano: “sbucano dappertutto, spaventano i cavalli, travolgono i pedoni!” Un po’ come oggi succede con i monopattini elettrici. Se le biciclette erano viste male, immaginate le motociclette: rumorose, fumose, col vizio di lasciare chiazze d’olio per strada. Praticamente oggetti del demonio. Ma moltissime persone le usano per andare a lavorare. C’era il panettiere che consegnava più in fretta, la merceria ambulante che raggiungeva paesi vicini, e il macellaio che portava più agnellini sul portapacchi. Poi c’erano anche i motocarri, per gli usi più disparati, basti pensare a Zampanò nel film La Strada di Fellini. La motocicletta, insomma, era molto più che un divertimento, ma un alleato su due ruote per riuscire a campare.

Nascono intanto marchi che diventeranno leggendari: Moto Guzzi, Benelli, Gilera, Sertum, Bianchi… E ognuno di questi marchi non era solo un’impresa: era un laboratorio in cui giovani ingegneri e meccanici imparavano a costruire il futuro. Questi marchi hanno contribuito a sviluppare la storia del motociclismo non solo italiano ma internazionale.

Se allarghiamo per un momento lo sguardo oltre i confini italiani, ci accorgiamo che la storia della motocicletta ha avuto traiettorie molto diverse nei vari Paesi. La Francia fu la prima a primeggiare nel campo della tecnica motociclistica, con marchi come Peugeot e Motobécane, che già alla fine dell’Ottocento producevano motori affidabili e innovativi. In Inghilterra, invece, la moto nasce e rimane a lungo un oggetto borghese, con marchi come Triumph, Norton e BSA che costruivano macchine robuste, affidabili, spesso pensate anche per l’esercito. In Germania, la BMW e la Zündapp scommisero sulla solidità e sulla tecnologia, con le celebri moto con sidecar che avrebbero fatto storia durante la Seconda guerra mondiale. E poi c’era l’America, dove Indian e Harley-Davidson nascevano come simbolo di potenza e identità nazionale, ma con costi che la rendevano inaccessibile al grande pubblico.

E noi italiani? Beh, noi abbiamo fatto quello che ci viene naturale da secoli: abbiamo unito tecnica e stile. Le nostre moto non solo funzionavano, ma erano anche belle. Ogni modello era coerente con i gusti e le forme del periodo: linee snelle negli anni ’20, volumi più decisi negli anni ’30. Era come avere la moda applicata alla meccanica. Certo, sulle strade piene di buche ci voleva anche la pazienza di un santo… Questa era una nota dolente, le strade italiane, soprattutto fuori dalle città, erano pessime. Ricordate la scena del film “Il Federale”? In cui il fascista Arcovazzi percorre la strada con il professore antifascista nel sidecar e avvisa “buca” “buca con acqua” “buca con fango”. Ecco: se oggi ci lamentiamo delle buche a Roma, sappiate che un secolo fa non era diverso.

E quindi andare in moto era anche un atto di coraggio: ci si sporcava facilmente, c’era bisogno di un abito per il viaggio e uno per l’arrivo. Considerando che l’imprevisto era dietro l’angolo. Con la strada ghiaiata poteva capitare di forare una gomma e doverla rattoppare a bordo strada. Bisognava avere la pazienza di smontare un carburatore in mezzo alla polvere, saper cambiare una candela. Oggi con le moto moderne sarebbe impossibile. In alcune moto per cambiare una candela sembra di partecipare a una caccia al tesoro, bisogna smontare di tutto. E questo, ai tempi, è un tratto che ha fatto nascere una cultura peculiare: quella del meccanico-pilota. L’italiano non si limitava a guidare la moto: ci metteva mano, la modificava, la migliorava. Una cultura tecnica che ha alimentato e velocizzato l’intera industria meccanica del Paese.

E a proposito di velocità: in Italia ricordiamoci che erano gli anni dei futuristi, che urlavano al mondo la loro esaltazione per il rombo dei motori e il brivido della corsa. Immaginate lo stupore: per gente abituata a vedere il mondo scorrere al passo dei buoi, la motocicletta era come un proiettile con la sella. Non dimentichiamo che le moto furono anche strumenti militari. Nella Prima guerra mondiale già si usavano per collegamenti rapidi e trasporto leggero. Ma fu con la Seconda che il mito del motociclista soldato prese piede: uomini addestrati a muoversi su sterrati con una rapidità che i muli — diciamolo — non garantivano. Anche se, a onor del vero, il mulo aveva un vantaggio: non restava mai senza benzina!

E, in alcuni casi, possiamo anche dire che le moto dell’epoca raccontano la storia politica italiana, tra due guerre. Prima c’era la Monarchia, poi è arrivata la Repubblica. Ad esempio, il marchio Sertum, prima della guerra esponeva orgogliosamente la corona sabauda. Dopo il ’45, capite bene, che non era più il caso… E sul serbatoio compare un simbolo grafico che ricordava una tornitrice: un segno di meccanica pura, che evitava discussioni ogni volta che si parcheggiava.

Insomma, la moto doveva essere moderna, sotto tutti i punti di vista. Ora, qualcuno dirà: “Professore, ma lei è andato troppo veloce, ha saltato tutta la parte dei pionieri!”. E avete ragione. Oggi non abbiamo parlato di quei primi vent’anni eroici — fatti di brevetti, gare spericolate e moto senza freni — perché il mio intento non era raccontare la nascita della motocicletta, bensì il momento in cui la moto entra davvero nella vita degli italiani. Quando, cioè, da oggetto tecnico diventa fatto sociale, quindi dagli anni Trenta in poi…

Infine, c’è un aspetto sociale e culturale da non sottovalutare: la moto ha insegnato agli italiani a viaggiare. Prima della moto, la maggior parte delle persone non si spostava mai a più di qualche chilometro dal proprio paese. Con la moto, improvvisamente, il mondo si allargava. Non c’erano ancora le ferie pagate, ma nel fine settimana un giovane poteva andare a ballare in una città vicina, una coppia poteva fuggire al mare, un artigiano poteva raggiungere i parenti più lontani. Era una piccola rivoluzione della vita quotidiana.

In sintesi, signore e signori, l’introduzione della motocicletta in Italia all’inizio del Novecento non è stata solo un fatto tecnico o economico. È stata una trasformazione sociale, culturale, perfino antropologica. La moto ha insegnato agli italiani che il tempo e lo spazio potevano essere piegati alla velocità. Che la modernità non era un privilegio delle élite, ma poteva entrare anche nelle mani della classe media, persino dei ceti popolari. Ecco perché, ancora oggi, quando un motore d’epoca romba e vibra sotto di noi, non stiamo semplicemente guardando un pezzo di storia o guidando una mezzo rumoroso e rugginoso, ma stiamo toccando con mano un secolo di sogni italiani. Grazie.”