Un grande pilota, un grande uomo. Mario Ventura.

“Mario Ventura è stato il primo a lasciare il traguardo di partenza e non si è mai fatto raggiungere da nessuno. Ha lottato nei primi giri da solo, davanti a tutti, con un coraggio magnifico, contro le insidie del terreno sdrucciolevole, contro le avversità del tempo, contro la grandine, contro il vento. Ventura è stato il primo concorrente che ha acceso nel pubblico scaglionato lungo il percorso (noncurante dell’uragano) un vivo entusiasmo.”

Ritaglio di giornale d’epoca – Archivio della famiglia Ventura

“La vittoria assoluta ha finalmente premiato Mario Ventura, che è uno dei corridori milanesi più valorosi e più modesti, più degni di considerazione e più sfortunati. Mario Ventura, che con la sua Mas 500 aveva già strabiliato nella prima tappa della “III Coppa del re Imperatore” si è ritrovato splendidamente nei tratti più difficili del “Trofeo dei Centauri”. Questa vittoria ha un’importanza assoluta. Le strade del percorso, in massima parte tracciate, all’inizio, nelle sinuosità del Ticino, cosparse di ghiaia, insabbiate, dalle carreggiate profondissime, hanno indiscutibilmente messo a dura prova i concorrenti e le macchine. I primi partiti, come abbiamo detto, in forte numero, si sono trovati notevolmente assottigliati all’arrivo, mentre anche qualche macchina ha tradito la fatica e la lunghezza del chilometraggio inasprito da due tratti fuori strada (uno dei quali cronometrato). Ventura è stato il concorrente che ha maggiormente brillato. La sua esperienza ha giocato una importantissima parte e così il suo stile audace e così la sua ferrea tenacia.”

La moto – 13 aprile 1939
Mario Ventura su Mas 500 primo assoluto nel “Trofeo dei Centauri”
Archivio della famiglia Ventura

“Otto nazioni in gara, 105 concorrenti, 27 medaglie d’oro, 38 penalizzati, 40 ritirati, Giudici e Ventura premiati con la Medaglia d’Oro.
Con la sua aria da commendatore, sempre sereno, tranquillo, composto e signorile anche nei momenti più critici, Mario Ventura è stato uno dei più ammirati ed invidiati piloti della nostra formazione. Vecchio lupo della regolarità di cui conosce tutte le lusinghe, i segreti, le sorprese ed i tradimenti, si è subito ambientato, ed ha subito capito da che verso bisognava prendere le scorbutiche strade cecoslovacche. Ha gareggiato con rara accortezza, mettendo a frutto le sue vastissime risorse di meccanico e di pilota smaliziato; ha curato da maestro la sua macchina, quasi “auscultandola” come fa il clinico con il soggetto in cura; ne ha prevenute ed evitate le crisi fatali, l’ha sorretta con virtuosismi di guida nei più duri sforzi, ha rimediato con insuperabile tecnica a qualche grosso guaio; l’ha portata ancora freschissima alla prova finale di velocità, compiuta in bellissimo stile, da signore della guida, composto ed elegante come se fosse al volante della sua “bilux” pur compiendo 3 giri in più del prescritto nell’ora. Bravo sciur Ventura!”

Motociclismo – 2 ottobre 1947

“Bravo, sciur Ventura”: sei stato uno dei pionieri che ha permesso al mondo motociclistico mondiale di progredire. Ai tempi le moto italiane erano un caso di successo internazionale. Si sperimentava, si cercavano soluzioni sempre più all’avanguardia, senza avere necessariamente competenze ingegneristiche, come nell’azienda di Fausto Alberti, il fondatore delle omonime Officine Meccaniche che hanno dato vita alle Sertum. Va da sé che i piloti erano esposti a parecchi rischi. E la resistenza umana era fortemente messa alla prova, insieme a quella dei mezzi. Tutto questo per una medaglia e non troppa gloria.

Dalle foto d’epoca i piloti hanno un’aria sfrontata, con un look inadeguato rispetto all’esposizione al pericolo. Tuta in pelle, casco di sughero, occhialoni, zero protezioni e una pettorina stretta in vita. Come donna posso dire che hanno un certo fascino ai miei occhi, soprattutto quelli specializzati nelle gare di regolarità. Coraggiosi e forti, cavalcano moto pesanti e poco maneggevoli, ma di ultima generazione ai tempi, su strade sterrate, tra fango, guadi, in montagna e anche nel deserto. Per passione e spirito d’avventura, nient’altro. Dei veri eroi.

Un giorno l’amico Rocco, sertumista doc, mi racconta di aver conosciuto a un mercatino il nipote di Mario Ventura, il celebre pilota della squadra Sertum e non solo. Grazie alle sue capacità ha dato del filo da torcere ai migliori piloti del mondo dalla fine degli anni Trenta all’inizio dei Cinquanta. Ha vinto prestigiosi premi, tra cui la competizione più ambita: la Sei Giorni Internazionale.

Oggi è possibile ritrovare la brillante carriera motociclistica di Mario Ventura sulle riviste d’epoca di settore. Ma io sono curiosa di sapere altro: Mario, il suo carattere, le sue abitudini, tra le corse, il lavoro e la famiglia.

Rocco ha il numero di telefono del nipote Gianluca. Gli mando un messaggio, ma non risponde. Il numero non è più attivo. Chiedo a Rocco di scartabellare tra le sue mail e mi passa l’indirizzo. Gli scrivo. Niente da fare. Lo cerco su Facebook, gli chiedo l’amicizia e gli mando un messaggio, ma zero feedback. Quando perdo le speranze, dopo dieci giorni, arriva un SMS dove Gianluca dice di aver letto la mia mail ed essere disponibile a parlare del nonno. È favoloso, sono davvero emozionata! Passa un po’ di tempo prima di incontrarci, ma finalmente gli astri si congiungono e vengo invitata a casa delle due figlie di Mario, Marilena e Loredana, dove trovo anche i tre nipoti del pilota: Gianluca, Fulvio e Claudio.

Marilena e Loredana mi accolgono con il sorriso. Loredana mi ha addirittura preparato il tiramisù, che io adoro. Ci sediamo intorno al tavolo della sala da pranzo, davanti a una cassetta di legno piena di fotografie in bianco e nero. Inizia così a emergere la storia di una persona che non conosco, ma che desidero incontrare nella mia immaginazione, attraverso le parole delle figlie. 

Mario Ventura nasce a Milano il 26 luglio 1907, cresce nel quartiere di Porta Monforte, vicino a San Babila. La mamma è originaria della Lomellina, fa la sarta ed è una signora elegante, che mette il cappellino e i guanti anche per andare a fare la spesa. Il padre fa il meccanico e Mario passa il suo tempo tra i motori e il collegio. Quando inizia con le gare motociclistiche, si mantiene gestendo un’autorimessa e facendo il collaudatore. Nel garage tiene due boxer, che chiama Ser e Tum. I cani sono piuttosto aggressivi, per calmarli deve usare l’idrante. Quindi decide di cambiare razza e passa a un barboncino, pensando possa essere più docile, invece il cane si rivela particolarmente nervoso di fronte ai bambini.

Tale cane tale padrone, si dice. Ma non è il caso di Mario. Non è una persona scontrosa, ci tiene all’educazione ed è un compagnone, gli piace scherzare, a casa fa sempre ridere.

Non fatico a crederlo. Con la sua famiglia rido tutto il tempo. Tra i cimeli di Mario salta fuori la tessera da Primo Cavaliere dell’Ordine Cavalleresco di San Giorgio, e Claudio dice “Pensa, mio nonno ha combattuto anche contro il drago!” E la zia Loredana “Ma non dire stupidate, il nonno non era così vecchio!”.

A Mario non manca l’autoironia. Basta pensare a come conquista la moglie. Lei si chiama Adalgisa Brambilla e ha una latteria. Mario vuole attirare la sua attenzione e non usa i classici modi di un tempo. Troppo banale. Decide di vestirsi da donna, mette una parrucca, si trucca e va alla fermata del tram, dove sa di trovarla. Si avvicina, la prende sotto braccio e le dice con voce effemminata: “Signorina, posso accompagnarla a casa?” Adalgisa si vergogna e cerca di scacciarlo, ma alla fine ride e il gioco è fatto.
Si sposano negli anni Trenta.

Da questi aneddoti si impara che l’uomo del passato che si rimpiange tanto, non era un vero uomo e basta. Sapeva anche essere donna senza perdere di virilità.

Mario e Adalgisa hanno due splendide figlie. Ma Mario ha anche un’altra famiglia, i suoi amici che corrono con le Sertum, con cui è molto affiatato. Si trovano spesso al Moto Club per stare in compagnia. Ventura, Benzoni e Fornasari sono conosciuti da tutti come “i tre moschettieri”. Sono molto amici e solidali tra loro. Soprattutto in gara. Una prova è quando attraversano i torrenti: Ventura scende dalla moto per aiutare Benzoni a portare il mezzo fuori dal guado, poi torna in sella, per correre insieme al traguardo. Chiama il compagno “Topolino” perché è piccolo e snello, pesa forse 50 kg. E le moto sono pesantissime, cariche anche dell’attrezzatura per affrontare qualsiasi problema tecnico. Grieco invece lo chiama “Uselasci”, l’uccellaccio in milanese, per il suo naso “importante”. Il suo soprannome da parte dei compagni è Venturino o Mariolino.

Insieme si divertono e si prendono in giro. Sono un gruppo: uno per tutti, tutti per uno.

Quando c’è una competizione partono il venerdì sera con una Fiat Giardinetta con il rimorchio e il lunedì mattina sono di nuovo al lavoro.

Una volta vanno a Napoli. Sul rimorchio ci sono le moto e le valigie. Dei ragazzini salgono sul rimorchio per slegare le valigie. Ma non sanno che dietro c’è la macchina con Ventura, che suona il clacson per fermarli. Successivamente sale sul rimorchio Benzoni e Ventura non lo riconosce subito e cerca di scacciarlo facendo un gran baccano.

I piloti partono con tutta la famiglia. Mentre loro gareggiano, moglie e figli visitano la zona. La sera si riuniscono tutti insieme e fanno festa.

Certo che non è stato sempre facile conciliare competizioni e famiglia.

Nel luglio 1939, Mario esce di casa senza dire nulla alla moglie e a un certo punto chiama a casa: “Adalgisa, su arivà”, la moglie “Doe te se arrivà?”. Mario “Sono arrivato primo alla Milano-Taranto”.
Le sue capacità agonistiche lo portano in giro per l’Europa per la Sei Giorni Internazionale. Quando va in Gran Bretagna nel 1939 torna con le scarpe consumate. Dice “Adesso ho capito perché la Regina d’Inghilterra porta delle scarpe così brutte. Noi abbiamo le scarpe belle, loro con la gomma sotto. Piove sempre.” La medaglia d’oro che vince in quell’occasione deve essersela davvero sudata sotto l’acqua inglese.

Per la spedizione la squadra Sertum porta i viveri: riso, pasta, formaggio. Ovviamente c’è troppa roba, che viene offerta agli Inglesi. Ma loro non toccano nulla, per orgoglio lasciano tutto marcire.
Alla Sei Giorni della Cecoslovacchia, Mario porta in dono calze e giochi, tra cui la fisarmonica di Mirella. Torna a casa con vasi, servizi da tè e cristalli di Boemia, più una medaglia d’oro guadagnata senza penalizzazioni, insieme al compagno di squadra Mario Giudici.

L’anno successivo, nel 1950, sempre alla Sei Giorni, Mario buca e poi pure cade per non investire un concorrente. I familiari mi spiegano che dopo il successo dell’anno precedente, la Sertum ha provato un nuovo sistema di forcelle e ammortizzatori, ma qualcosa non ha funzionato nel progetto e i risultati non sono stati brillanti come l’anno prima.

I percorsi della Sei Giorni Internazionale sono durissimi, fuori da ogni immaginazione. Gianluca mi racconta che il nonno gli ha spiegato che durante la gara aveva dovuto cercare dei tronchi da posizionare in un fiume per guadarlo.

Gli incidenti erano all’ordine del giorno.

Una volta Mario torna a casa e dice alla moglie “Adalgisa, preparami la vasca da bagno”. Si toglie la coppola dalla testa e perde sangue. Un’altra volta in gara arriva al controllo senza accorgersi che ha consumato i calzoni e le mutande: si è fin pelato il sedere. Sul posto c’è il soccorso di gara che lo disinfetta con ovatta e alcool: Marilena e Loredana si ricordano fin loro il bruciore che ha provato.

E quella volta che ha anche riportato una frattura al collo? È sbattuto contro un albero, ha perso anche dei gradi della vista.
Come spesso si riducono le ginocchiere non ne parliamo. Le cadute rovinose non fermano il pilota che vuole arrivare alla fine ufficiale della gara.

I corridori Sertum, come di altre case motociclistiche, hanno i meccanici al seguito. Ma Mario non vuole che qualcuno metta le mani sulla sua moto da competizione. Preferisce fare tutto lui, per la sua sicurezza e per sapere dove e come intervenire in qualsiasi momento durante la gara.

Le sue doti di meccanico vanno oltre le due ruote. Le figlie e i nipoti ricordano una gita a Bellaria: a un certo punto la macchina, una Giulia Quadrifoglio verde, carica di pacchi sulla cappotta, inizia a singhiozzare e non va più. Si ferma. Mario scende e mette mano a non si sa che cosa: smonta e rimonta pezzi del motore e l’auto riparte, come nuova.

Mario ha corso anche con il sidecar. Quando porta in giro le figlie per strada, piccole e leggere, le fa volare via. Oltre al brivido della velocità, conosce bene le strategie per tagliare il traguardo. Oltre alle medaglie guadagnate sul campo, l’esempio è una gara in bicicletta per bambini organizzata a Monza. Mario fa costruire un tandem color bronzo, appositamente per le figlie. Probabilmente uno dei primi esemplari in circolazione. Davanti c’è scritto Lella, la figlia più grande, e dietro Lore, la più piccola. Hanno nove e cinque anni. Papà le fa morire. I genitori possono seguire di corsa i bambini durante la gara. Loredana, dietro, non pedala, la sorella si lamenta. Loredana oggi dice “Pedalavi tu, perché dovevo farlo io?”. Comunque, partono e Mirella ce la mette tutta.

Finché Mario dice “Adesso ferme, state qui e non muovetevi”. E le figlie “Ma come, papà, guarda gli altri bambini come sono lontani”. Mario “Ve lo dico io quando potete andare”. Le figlie “Ma dai, papà, adesso è ora?” Lui “Ancora un momentino”. I bambini davanti intanto cominciano a essere sfiniti dalla gara e alcuni sono coricati nei prati. Prima dell’ultima curva Mario dà il via alle figlie e Mirella e Loredana partono a tutta velocità e tagliano il traguardo, energiche e belle fresche. Mirella riceve come premio un mazzo di fiori, che la sorella ricorda essere stato un cespo d’insalata. Loredana riceve un sacchetto di caramelle, che non vuole condividere con nessuno perché sostiene che se le è guadagnate.

A casa Mario è un padre presente e affettuoso. Appassionato di tecnologia, ci tiene ad avere le ultimissime novità sul mercato, come la prima macchina elettrica per il caffè e per la pasta. Ama cucinare, il tartufo e il buon vino. A tavola è piuttosto severo, non tollera che si tengano i gomiti sul tavolo. La sua infanzia in collegio deve averlo messo in riga.

Dagli articoli d’epoca si evince che è un pilota con un carattere fermo e determinato, è di poche parole e non si piange mai addosso se non porta a casa il risultato. Un vero professionista, che contagia di buon umore tutto quanto lo circonda, quando è fuori dal circuito di gara. Scherza, gioca a fare i dispetti e non sa nascondere il suo spirito competitivo: quando gioca alle gare di macchinine con il nipote Gianluca non lo lascia certo vincere.

L’unica volta che i nipoti ricordano di averlo visto turbato è quando ha raccontato di quel giorno che era all’autorimessa e si è presentato un caporale in divisa: Osvaldo Valenti, attore e militare italiano, gli ha puntato una pistola contro per avere delle gomme. Era il periodo della Seconda guerra mondiale. Anche la storia italiana fa parte della vita di Mario.

Milano è la città dell’Italia settentrionale che ha subito i maggiori bombardamenti da parte degli alleati. Tra gli obiettivi individuati ancora prima che l’Italia entrasse nel conflitto, vi sono le principali aziende italiane, tra le quali l’Alfa Romeo, le Edoardo Bianchi, le officine Fratelli Borletti, la Magneti Marelli, la Caproni, la Pirelli, la Breda, l’Isotta Fraschini e le acciaierie Falck.

Le Officine Meccaniche Fausto Alberti possono essere facilmente considerate nel mirino, anche perché costruiscono motociclette per il Regio Esercito Italiano dal 1939/40. Mario in quegli anni non dorme sicuramente sonni tranquilli, avrà sentito in pericolo la sua carriera motociclistica, il suo lavoro nell’autorimessa e più di tutto la sua famiglia con tre donne.

Sciur Ventura, nella mia immaginazione sei un uomo che vorrei incontrare oggi dal vivo, per parlare di moto, di emozioni e di vita. La tua famiglia rispecchia la simpatia e la bontà che hai lasciato, non sarò mai abbastanza grata di averti incontrato.


“Ventura appartiene alla categoria dei corridori-collaudatori: messa la blusa da meccanico ancora ragazzino, Ventura non ha mai smesso, e mai smetterà, di occuparsi di motociclette. La motocicletta è per lui non soltanto “il mestiere” ma anche una grande passione (senza la passione non si resiste sul duro lavoro di collaudatore macchine): piccolo, biondo, con gli occhietti furbi non si può dire che abbia la classica sagoma dell’atleta. Eppure Ventura (altro pilota che si è fatto alla Sertum dove è stato collaudatore per diversi anni) è solidissimo, resistentissimo, oltre avere naturalmente polsi saldi e quel “quid” imprecisabile che distingue il motociclista generico dal campione. Una volta partito si può essere certi che Ventura sarà all’arrivo, e quasi sempre in eccellente posizione. Non si potrebbe più sinteticamente e con più precisione presentare questo baldo centauro lombardo passato attraverso il duro setaccio di una carriera lunga e faticosa. Le ultime prestazioni di Ventura dicono che l’atleta è in piena forma. Nell’ultima Milano-Taranto partito nella categoria serie con una Mas 350 normalissima ha vinto non soltanto la sua categoria ma anche ottenuto una media superiore a quella del vincitore della 350 corsa… Nella Coppa del Re Imperatore, una gara che ha messo a dura prova macchine e piloti, fu in senso assoluto fra i migliori tanto nella prima quanto nella seconda tappa.”

Ritaglio di giornale d’epoca – Archivio della famiglia Ventura

La carriera di Mario Ventura

“Inizia le sue prime gare nel 1933. Attività svolta all’80% nell’ambito regolaristico. Nel 20% sono da indicarsi le edizioni di Milano-Napoli-Taranto a cui prese parte precisamente: 1938, Sertum, 3° della 250; 1937, idem; 1939, primo della 350 sport con la Mas; 1940, ritirato con la Mas. Nel regolarismo partecipa a quasi tutte le gare organizzate in questi tre lustri e le sue vittorie ascendono a una quarantina circa. Delle massime gare ricordiamo circa una decina di 24 ore con vittorie tra cui molte condotte a termine e non poche vittoriosamente , varie 12 ore di Pisa e 6 ore di Cascina, le Sei Giorni di Padova del ’35 e ’36, le Sei Giorni Internazionali del ’39, ’47 (Cecoslovacchia, medaglia d’oro), ’48 (a Sanremo con cinque tappe a zero punti), e quella del ’51 a Varese con medaglia d’oro. Alla B.S.A. delle prime gare subentrarono diversi mezzi, quali la Frera, la Sertum per lunghissimi anni, la M.A.S. che interruppe la serie Sertum conclusasi nel ’49, e nelle due ultime stagioni la M.V. con le vittorie freschissime oltre che nella Sei giorni ’51 anche nello Scudo del Sud e nella Coppa Vischia (oltre a tutte le gare minori). Con la M.M. poi prese parte a prove in salita e di fuoristrada, conseguendo anche in queste altre specialità dei buoni risultati.”

Fonte Italia Motociclistica fornita da Pasquale Mesto.